Motivazione al lavoro, la fatica di Sisifo

Sisifo, Re tanto astuto quanto arrogante, viene ricordato dalla mitologia per la sua condanna imposta da Zeus. Il suo macigno dovrà portarselo dalla base, fin sulla cima di una montagna, per poi, una volta raggiunta la vetta, lasciare la pietra rotolare nuovamente giù. Lavoro inutile e reiterato il suo perché la pietra caduta viene nuovamente caricata sulle spalle e via di nuovo verso la vetta; il tutto per l’eternità. La metafora tragica di tutta la faccenda non sta tanto nella fatica e nello sforzo, a cui Sisifo è costretto; non tanto nella ripetitività del atto, quanto piuttosto nel compito assurdo e sforzo tanto vano.

Quante volte a lavoro vi sembra di fare sforzi vani e senza utilità?

Max van Lent e Robert Rur (Socially Useless Jobs, Tinbergen Institute, 2018) in una indagine piuttosto attuale studiano una popolazione di 100.000 lavoratori di 47 stati e culture diverse. La ricerca riporta che circa il 25% di loro, e fra questi i giovani ricoprono una fetta importante, reputano il loro lavoro inutile e privo di senso: anzi lo definisco meglio “socialmente inutile”.

Dato rilevante e trasparente al contempo è la spinta che muove gli operai e coloro che sono lavoratori delle industrie operative: industrie del tabacco, dell’azzardo. siderurgiche, porti, ferrovie. Lavori faticosi e dannosi socialmente, dove la questione morale è poco considerata, da prevedere un livello di remunerazione mediamente più alta, rispetto a quella di altri settori, una sorta di compensazione al senso di colpa.

Pubblicato da rossellapsi

Psicologa, mi interesso e occupo di benessere con tecniche derivate dalla psicoterapia Funzionale Integrata dove corpo e mente si fondono.

Lascia un commento