Il nuovo Dpcm blocca quasi tutta l’attività giovanile. Cosa significa per i bambini e i ragazzi, da un punto di vista psicologico, non poter divertirsi facendo sport, in una situazione emergenziale che già di per se limita la loro socialità?
Il mio pensiero principale si concentra sulle conseguenze nello sviluppo del carattere e della personalità alle quali i bambini sono sottoposti durante quest’anno, conseguenze dovute alla privazione di Esperienze. Lo sport e le attività ricreative strutturate, sono Esperienze importantissime da garantire ai bambini e ai ragazzi. Sono molto diverse dalla socialità scolastica (rientra nel gruppo del dovere) e anche diverse dalle passeggiate all’aria aperta o dal gioco libero in riva al mare (rientra nel gruppo dello svago). Il loro scopo è quello di permettere ai bambini di attraversare in maniera sana, piena e strutturata le prime esperienze di quelle qualità che sono affini e strettamente legate alla personalità ed al carattere. Qualità che a seconda di come e quanto sono elaborate, vengono usate a piacimento nella vita adulta; ad esempio la competizione ed il senso di squadra, la stanchezza e la forza, la fiducia, l’estroversione e la vergogna (solo per dirne alcune). Per sintetizzare, uso la metafora del pittore: l’adulto è il pittore che sa colorare la sua opera utilizzando tutta la gamma dei colori a disposizione. Se da bambino gli è stata privata l’esperienza di una parte di questi, faticherà ad impiegarli per le ombreggiature e sfumature di cui necessita la sua opera d’arte.
Anche la scuola, per gli studenti delle superiori, è nuovamente a distanza. Come potrebbero risentirne i ragazzi se questa situazione sarà destinata a perdurare?
Dal confronto con alcuni ragazzi delle superiori ne derivo la loro difficoltà a relazionarsi con l’incertezza e con il continuo mutamento delle situazioni in merito all’intera durata dell’anno scolastico. Fino ad inizio settembre, non avevano ancora capito se, come, dove e quando avrebbero frequentato le lezioni in presenza. L’incertezza e la precarietà vissuta sono strettamente legati alla loro motivazione e all’impegno nel tempo. In quell’arco di età e soprattutto negli ultimi due anni delle superiori, gli anni che poi portano alle scelte adulte di lavoro ed ai differenti indirizzi di vita; i ragazzi maturano in autonomia le loro domande e si danno le risposte secondo gli schemi che hanno a disposizione. Credo che questo porterà ad un grande divario tra i ragazzi, tra coloro che sfrutteranno la situazione in negativo e in positivo. Chi punterà a fare meno “perché tanto ci chiudono di nuovo in casa e facciamo scuola on line”, e chi invece saprà sfruttare al meglio l’opportunità. Questo dipende dalla loro capacità di discernere e soprattutto, a mio modo di vedere, dal loro contesto casalingo. Purtroppo in contesti sociali più poveri e svantaggiati o a livelli socio culturali più bassi, o ancora in contesti dove le mura domestiche non sono un nido confortevole, il rischio è quello della latitanza scolastica e dello sfogo. Sfogo che fuori dalla porta di casa porta inequivocabilmente ad ulteriori assembramenti.
Quale consigli ti senti di dar loro da psicologa e come gli adulti possono contribuire a mantenere alto il loro morale?
Gli adulti sono chiamati a fare da guida nell’incertezza. In psicoterapia funzionale si chiama Sé ausiliario la guida che porta il paziente verso una nuova strada con presenza attiva e supporto. In casa, per i genitori che utilizzano la modalità smart working vi è inoltre un aumento della compresenza del nucleo familiare, è bene che l’adulto accompagni il giovane ad una maggiore comprensione della situazione pandemica attraverso l’uso della voce, della prossemica e dei movimenti. Il genitore positivo è quello che, con empatia e vicinanza, incoraggia, stimola e aiuta i figli a sfruttare una nuova possibilità, di vivere positivamente le esperienze che hanno subito alterazioni o che sono rimaste chiuse e bloccate nel corso di questo anno come il contatto, la condivisione, la socialità, lo slancio e la vitalità e le espressioni.
Che cosa ci ha insegnato o ci sta insegnando la pandemia?
La pandemia ci insegna a farci strada nel mutamento, sottolinea nei fatti l’importanza dell’esercizio di flessibilità alla quale siamo chiamati necessariamente per affrontare la vita quotidiana. La pandemia ci insegna a guardarci dentro, a scoprire come le risorse che abbiamo acquisito nel corso delle nostre esperienze possono essere utilizzate nelle loro diverse sfumature. Per spiegarmi meglio, menziono il concetto di focus attentivo interno ed esterno utilizzato in psicologia dello sport. L’atleta che persegue l’efficacia e l’efficienza può scegliere, a seconda della situazione più conveniente, di prestare attenzione al suo respiro e al suo battito cardiaco (es. di focus interno) o alla forza del vento e allo scatto dell’avversario (es. di focus esterno). Non può fare a meno delle due modalità per vincere. Il Covid insegna al commerciante, all’insegnante, al disoccupato e alla popolazione intera che se il mondo esterno non è controllabile (e non lo è per definizione) allora forzatamente siamo chiamati a guardarci dentro, per trovare risposte continuamente flessibili in un periodo dove il cambiamento è più repentino del previsto.
