Qual’è lo sport migliore?

Circa 1.360.000 risultati (0,57 secondi) è una cifra che aiuta a darci un’idea di quanto cliccato sia l’argomento nei più noti motori di ricerca. Molto meno frequentata, la carta dei Diritti dei ragazzi allo sport, pubblicata dalla commissione per il Tempo libero dell’O.N.U. nel 1992. In essa vi sono una decina di diritti che per la loro semplicità potrebbero anche stare affissi negli spogliatoi; fra questi il diritto di divertirsi, il diritto al gioco e il diritto a non essere un campione.

La scelta di quale sport far seguire ai propri figli è una scelta rilevante in famiglia per aspetti legati allo sviluppo comportamentale, fisico ed emotivo oltre che logistici.

Se esistesse un manuale per “LA buona scelta”, al primo posto dovrebbero esserci i desideri del bambino, in secondo posto la valutazione da parte dei genitori delle sue attitudini espresse o inespresse, di seguito la valutazione degli ambienti (la squadra o l’individualità?) e solo poi la natura logistica dello sport (ogni quanto impegna, dove viene svolto…).  Insieme alla scuola, molti bambini iniziano già a settembre nuoto, karate, calcetto, danza, pattinaggio ma poi, a metà del percorso (e dell’anno) molti abbandonano gli allenamenti. Questo “drop out” ci segnala che già dopo la scuola primaria i bambini in Italia cominciano ad allontanarsi dalla pratica sportiva continuativa e a ingrossare le fila dei sedentari; nell’ultimo anno il trend negativo si è osservato cominciare già a 11 anni. Perché accade? In molti casi specie quando si tratta di bambini piccoli senza ancora una spiccata propensione verso attività specifiche, meglio procedere con attività ludiche motorie di tipo propedeutico, per lasciare spazio allo sviluppo autonomo della percezione del corpo e dei propri desideri, mettendo da parte la necessità di vedere il proprio ragazzo presto vincente e facendo prevalere la volontà di vederlo sano e divertito. Un bambino innanzitutto va a fare lo sport che sceglie e ha bisogno di divertirsi, poi dopo il divertimento ne ricaverà delle frustrazioni dovute alla natura stessa dello sport scontrandosi via via con le difficoltà. In questo senso va insegnata la perseveranza, ovvero l’accompagnamento e l’aiuto a non cedere ma a raggiungere la soddisfazione di aver aver dato il proprio massimo in quella attività. 

Mi soffermo un po’ di più su questo “massimo”, uno degli ultimi diritti stilati dall’O.N.U. è il diritto a non essere un campione. Lo sport non è sempre agonismo. Per quanto il genitore lo desideri, non dipenderà da lui se un giorno il proprio figlio diventerà Ronaldo o membro di una squadra nazionale. Dipenderà invece da quanto il ragazzo o la ragazza avranno sviluppato a pieno le proprie capacità insite nella personalità e apprese durante il percorso. In nessuno sport è previsto l’agonismo prima degli 8 anni, e ci sono pratiche che lo prevedono soltanto in adolescenza. Prima di imparare a vincere ci sono tanti step che merita godersi.

Pubblicato da rossellapsi

Psicologa, mi interesso e occupo di benessere con tecniche derivate dalla psicoterapia Funzionale Integrata dove corpo e mente si fondono.

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